Le tecniche della nonviolenza

teknikoj de neperforto - Aldo Capitini

Copertina del libro "teknikoj de neperforto"

autore: Aldo Capitini
traduttore: Nicolino Rossi
ISBN:  9788870368109

 

Questa guida fu scritta da Aldo Capitini nel 1967, ma non ebbe la diffusione e l’influenza che avrebbe meritato sulla generazione del 1968. Oggi è forse il momento giusto per riprenderla in mano. Contiene i principi della nonviolenza e un compendio di pratiche e di tecniche, descritte e illustrate sinteticamente, con riferimenti storici a esperienze concrete realizzate in Italia e nel resto del mondo. La ripubblicazione delle Tecniche può essere di grande rilevanza per i problemi politici ed etici di oggi perché illumina il rapporto che dovrebbe esistere tra i mezzi e i fini nella politica e nell’azione sociale, tra il rispetto della legge e la disobbedienza civile.

Aldo Capinini

Aldo Capitini (Perugia 1898 – 1968) è il più importante filosofo e attivista della nonviolenza in Italia. Ha dato vita alla prima marcia della pace, da Perugia ad Assisi nel 1961. Ha scritto numerosi testi tra cui La realtà di tutti (1948), Religione aperta (1955), Il potere di tutti(1969, postumo).

 

Introduzione

Con la costituzione di Nitobe ci ponemmo un ambizioso obbiettivo: lavorare per la promozione e difesa dei diritti civili con un’attenzione particolare rivolta ai diritti linguistici quale componente fondamentale dei diritti umani.
L’assistere quotidianamente ad uno scollamento tra il riconoscimento di diritti e principi da un lato e la loro tutela e attuazione dall’altro ci convinse di come un’azione sia politica che giuridica fosse essenziale al fine del perseguimento di una democrazia reale.
Se la necessità di sensibilizzare il mondo politico, imprenditoriale, accademico e in generale la società civile sui temi della democrazia linguistica ci parve subito evidente, parimenti lo fu l’individuazione del metodo di lotta da adottare: l’azione nonviolenta.
Un modello di lotta politica adottato e fatto proprio, tra gli altri, dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Trasnspartito per le proprie campagne dalla quale fummo da subito ispirati.
L’opera di traduzione del testo “le tecniche della nonviolenza” in lingua esperanto si configura quindi come un passo essenziale all’interno del nostro percorso di azione nonviolenta.
Aldo Capitini è stato ed è tuttora, attraverso le proprie opere ed il proprio esempio, una figura chiave per il movimento nonviolento italiano.
Nell’anno del cinquantesimo anniversario della marcia della pace Peruga-Assisi, da lui ideata ed avviata, stavamo pensando ad un modo per poter render omaggio alla sua figura ed al tempo stesso ribadire la necessità e l’esigenza più che mai viva dell’uso dell’azione nonviolenza.
Ci accorgemmo che all’interno della biblioteca esperantista non vi era la presenza di testi che illustrassero i principi della nonviolenza fu dunque immediata l’idea di eseguire la traduzione di questo importante testo del filosofo italiano.
Quest’opera di traduzione assume indubbiamente molteplici significati: vuol essere un omaggio a Capitini, una riaffermazione dell’azione nonviolenta, un punto di riferimento del nostro percorso di lotta politica, un doveroso contributo alla biblioteca esperantista.
Esiste però un altro aspetto fin qui tralasciato ma non meno importante: il connubio tra lingua esperanto e nonviolenza.
L’esperanto, lingua di pace per antonomasia, pone come scopo il dialogo tra i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace attraverso una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all’umanità e non a un popolo, questo non può che sposarsi e legarsi con i principi della nonviolenza.
Se i mezzi non sono solamente mezzi ma preconfigurano i fini, appare quindi palese che l’affermazione della lingua internazionale esperanto e con essa la pace ed armonia tra i popoli non possa prescindere dall’uso del metodo nonviolento.
Al tempo stesso un metodo di azione nonviolenta non può escudere o trascurare l’aspetto della comunicazione, un rispetto dell’altro che parte appunto dalla forma di comunicazione che non potrà che essere equa e nonviolenta.
Un legame quello tra esperanto e nonviolenza solido e imprescindibile che vogliamo consacrare con questa traduzione, in un momento, quello attuale, in cui l’esigenza di comunicazione equa diviene sempre più viva ed incalzante dato il processo di globalizzazione mal governato a cui assistiamo che porta e porterà sempre più ad accentuare discriminazioni e violazioni di diritti linguistici, mentre paradossalmente si avverte sempre più l’esigenza di comunicazione globale.

Michele Menciassi
Segretario dell’Associazione Nitobe

Aldo Capitini ovvero un’anomalia filosofico-politica

Di: Marco Pannella, Francesco Pullia

In una lettera a Danilo Dolci del 4 giugno 1967, Aldo Capitini lamentava la mancata distribuzione da parte dell’editore Feltrinelli, che lo aveva pubblicato, del proprio libro “Le tecniche della nonviolenza”: “è un modo di agire alquanto arbitrario”, scriveva sconsolato, “contro cui non posso far nulla”. I motivi del comportamento di una casa editrice, come la Feltrinelli, dichiaratamente schierata, non dovrebbero, a ben riflettere, essere del tutto incomprensibili.

Un testo come quello dell’autore perugino non poteva, infatti, che rivelarsi poco vendibile, essendo nietzscheanamente “inattuale”, non riconducibile a schemi prefissati, così come d’altronde fu, sin da “Elementi di un’esperienza religiosa” (Laterza, 1937), l’intera straordinaria elaborazione capitiniana.

Marco Pannella

Marco Pannella, leader radicale, presidente del Senato del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito

Tutt’altro che confinata nell’ambito di un’eccentrica teoresi, la riflessione di Capitini fu costantemente e vicendevolmente legata alla prassi. Contrariamente a quanto, specialmente a sinistra, si era (e si è) indotti a ritenere, non era affatto astrusa ma muoveva, come naturale conseguenza, dall’esperienza della finitudine, dall’inaccettabilità, di stampo leopardiano-michelstaedteriano, della retorica e delle convenzioni sociali, dalla volontà di riscattare, chiamandoli a concorrere alla creazione di realtà, emarginati, esclusi, “improduttivi”, “assenti”.

La compresenza dei morti e dei viventi, centrale nella filosofia capitiniana al pari dell’omnicrazia (potere di tutti), non è altro che una risposta, tanto originale quanto concreta, alla cancellazione dell’individuo e alla cesura instaurate dalla morte, l’espressione più compiuta, tragica, devastante, sul piano esistenziale, del totalitarismo.

Non a caso, per manifestare in modo eclatante la propria netta opposizione al fascismo, Capitini non si mise a fabbricare bombe né si lasciò abbindolare, come sarebbe stato più facile e come diversi intellettuali europei fecero, dall’altro totalitarismo, quello comunista, ma scelse di tramutare se stesso in parola, verbo, comunicazione, prefigurando in sé e da sé, in antitesi a qualsiasi machiavellismo, quella trasformazione che agognava a livello sociale.

Francesco Pullia

studioso capitiniano, ha pubblicato diversi libri di poesia, narrativa e saggistica d’argomento filosofico. Radicale, è particolarmente impegnato sui temi della nonviolenza e dell’animalismo.

In tempi non sospetti, si professò vegetariano, convinto che, in contrasto con l’ideologia bellicista mussoliniana, risparmiare le vite di altri animali “inducesse al rifiuto di uccidere esseri umani”. Lo scandalo destato da questa decisione alla Normale di Pisa, dove nel 1930 svolgeva funzione di segretario, fu tale da costringere il rettore, Giovanni Gentile, al licenziamento.

Ritrovatosi a Perugia, dov’era nato il 23 dicembre 1899, Capitini cominciò a tessere la trama di un fitto impegno nonviolento.
Fu socialista e insieme liberale, anzi liberalsocialista, assertore di una sostanziale sinonimia tra i due termini (massima libertà nella più ampia affermazione di socialità), religiosamente laico o, se si vuole, laicamente religioso, nel senso che propugnò una sorta di religione civile, di matrice mazziniana, sottratta al dogmatismo e all’impostura del confessionalismo. Per queste posizioni, riassunte, nel 1955, nel libro “Religione aperta” fu messo all’indice da Pio XII.

Anziché credente preferì professarsi persuaso, termine desunto da Carlo Michelstaedter, infondendo nella religiosità una tensione all’altro nella modalità relazionale del Tu-Tutti, non di un Uno-Tutto fagocitante ogni singolarità.
Persuaso, per Capitini, è colui che opera “per una realtà liberata comprendente tutti”, proprio tutti, senza alcuna distinzione, e lotta per trasformare, a partire dalla propria interiorità, la provvisorietà, l’insufficienza della realtà.

Ancora, preconizzò, ben prima di Karl Popper, i lineamenti di una società aperta e anticipò toni marcusiani nella critica radicale al consumismo.
Lungi dall’essere un anacoreta, Capitini fu un militante instancabile promuovendo nel 1937, assieme a Guido Calogero, il Movimento liberalsocialista, nel 1944 i Centri di orientamento sociale (Cos), nel 1947, con Ferdinando Tartaglia (presto allontanatosi), un Movimento di religione la cui attività culminò nel Primo congresso per la riforma religiosa (Roma 13/15 ottobre 1948).
Nel 1952 diede vita ai Centri di orientamento religioso per favorire la conoscenza delle religioni diverse dalla cattolica e stimolare gli stessi cattolici a sviluppare un approccio critico.

Nello stesso anno organizzò a Perugia il convegno La nonviolenza riguardo al mondo animale e vegetale nel cui ambito nacque la Società vegetariana italiana, oggi Associazione vegetariana italiana, fondata insieme a Edmondo Marcucci, figura, purtroppo, completamente misconosciuta che meriterebbe, invece, seria considerazione.

Nel 1961, all’indomani del successo della prima Marcia per la pace Perugia-Assisi, da lui ideata nel 1960 sull’esempio di quelle organizzate da Gandhi, Russell, Martin Luther King, costituì il Movimento Nonviolento, tuttora esistente, e dal 1964 animò il mensile “Azione Nonviolenta”, che, a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa (si spense il 19 ottobre 1968, per i postumi di un intervento chirurgico), continua ancora ad uscire regolarmente.

Bastano queste succinte informazioni per comprendere quanto Capitini sia stato e resti a tutti gli effetti un pensatore (e politico) anomalo, scomodo. La sua anomalia maggiore sta nell’impossibilità d’essere inquadrato, sia pur approssimativamente, in categorie prestabilite e nell’impegno ad estrapolare la politica dal paludoso tatticismo per restituirla ad un ruolo decisionale partecipativo, decentrato, ruotante intorno alla piena valorizzazione di una moltitudine composta non da una massa indifferenziata ma da una molteplicità di individualità.

I Cos, cui si ispirò per la sua azione maieutica Danilo Dolci, si configuravano come cellula di una comunità aperta, di una società di tutti. La sua concezione democratica prevedeva, tra l’altro, un’anagrafe pubblica ante litteram degli eletti e dei nominati con la chiamata degli amministratori a rendere periodicamente, pubblicamente, del proprio operato. Fu anche per questo, oltre che per la complessità del proprio pensiero, che Capitini venne isolato dai partiti della sinistra e considerato, come annotò Pietro Nenni, uno studioso sì eccezionale, disponibile a sostenere ogni causa di libertà e giustizia ma “stravagante”. È sintomatico che quando aveva l’opportunità di esporre le proprie idee ai vertici socialisti e comunisti venisse accolto, come egli stesso ammise, con sorrisi di scherno o sufficienza. Al giorno d’oggi sarebbe ugualmente bollato, se non come “mancante di coscienza di classe”, senz’altro come visionario, libertario individualista, velleitario.

Si spiega, quindi, perché il libro di cui qui si propone, per la prima volta, una traduzione in esperanto (scelta che avrebbe sicuramente incontrato i favori dell’autore) non abbia avuto la diffusione che avrebbe meritato. Il Sessantotto, purtroppo, all’eccentricità capitiniana e all’alternativa radicale proposta, preferì il conformismo delle derive marxiste-leniniste.

Suddiviso in quattro sezioni e quindici capitoli, questo testo può essere letto non solo come un utile strumento per l’attuazione del satyagraha (la nonviolenza suscitatrice verità), ma soprattutto come un manuale per esercitare una politica di consapevolezza che riconosca nel mezzo la stessa importanza dello scopo. Vale la pena, infine, segnalare l’importanza che Capitini attribuiva a scrivere nonviolenza come una sola parola, anziché separando l’avverbio non da violenza. La nonviolenza non è, infatti, semplice negazione di una condizione ma costruzione e affermazione del nuovo qui ed ora, nella compresenza.

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